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Parchi Archeologici

Cava-Ispica-torre-fortilitium

Promozione itinerario turistico dei Monti Iblei

Itinerario turistico dei Monti Iblei

Proposta week-end (ven-dom):

Venerdi:
ore 15,00 Arrivo e sistemazione in Hotel/B&B a Pozzallo
ore 17,00 Visita presso l’Azienda Agricola “Natura Iblea”
ore 20,00 Cena in un locale tipico a base di prodotti locali

Cava-Ispica-necropoli

Sabato:
ore 15,00 Percorso guidato presso Cava d’Ispica
ore 17,00 Passeggiata Naturalistica e paesaggistica della costa mediterranea
ore 20,30 Cena a base di pesce

Prezzo iva esclusa euro 250,00

Il preventivo comprende:

⦁ N. 1 accompagnatore
⦁ Alloggio in mezza pensione in Hotel/B&B (colazione inclusa)
⦁ 2 cene a base di prodotti tipici locali
⦁ Visita guidata

Cenni Cava D’Ispica

Cava Ispica è una vallata fluviale che per 13 km incide l’altopiano ibleo, tra le città di Modica e Ispica. La vallata, immersa nella tipica vegetazione della macchia mediterranea, custodisce necropoli preistoriche, catacombe cristiane, oratori rupestri, eremi monastici e nuclei abitativi di tipologia varia che si sono succeduti ininterrottamente dalla Preistoria (Antica età del Bronzo) fino almeno al XIV secolo. Nell’area terminale della vallata nel territorio di Ispica, a ridosso della città, il sito prende il nome di “Parco Forza”.

himera

Himera

HIMERA fu Fondata nel 649 a.C. era una delle più fiorenti città greche in Sicilia e costituiva, con Selinunte, il più avanzato centro greco verso l’occidente. Si possono oggi riconoscere frammenti di colonne e la parte bassa della cella del tempio della Vittoria, nonché i resti di alcuni quartieri.

scavi himera termini imerese-2Da alcuni anni l’Istituto di Archeologia dell’Università di Palermo, vi conduce scavi, con l’intento di creare, accanto all’insegnamento dell’archeologia ex cattedra, un impegno di ricerca sul terreno.Nell’antiquarium sono raccolti ed esposti i reperti archeologici della zona.

solunto palermo

SOLUNTO

Sulle pendici del monte Catalfano, nei pressi di Santa Flavia, in una stupenda posizione sul mare, sorgono le rovine di Solùnto, una delle tre principali città puniche della Sicilia. La città ellenistica, nata nel IV sec. a.C., ha la particolarità di essere costruita su di un irto pendio, ciò la rende estremamente suggestiva per lo straordinario panorama sul mare e sul paesaggio circostante. Si riconoscono il teatro ed il ginnasio (grande casa patrona- le conatrio e peristilio a colon- ne).

solunto

Da visitare nei dintorni Sant’Elia e Porticello, pittoreschi borghi marinari, dove, in piccole trattorie dalla piacevole vista sul mare, è possibile degustare qui- site specialità a base di pesce fresco.

Castello-Eurialo

Castello Eurialo

Il Castello Eurialo  fu frutto della geniale strategia difensiva voluta dal tiranno Dionigi egli fece costruire la piu grande cinta muraria del mondo greco, lunga più di 27 km., costruita all’inizio del IV sec. a.C. ed ancora oggi ne possiamo vedere gli antichi resti, che circondava la città antica L’Epipoli.

Il castello subi numerose modifiche ad opera di Agatocle e di Jerone II, è preceduta da tre fossati, con una poderosa opera avanzata fra il secondo e il terzo fossato; quest’ultimo era originariamente scavalcato da un ponte levatoio di cui rimangono i tre possenti piloni di sostegno; il fronte del mastio è protetto da cinque torri, alte in origine 15 m.

Dopo la conquista romana della città (212 a.C.) il grande complesso militare dell’Eurialo fu più volte modificato, fino all’età bizantina quando ne venne ricostruita una parte usando del materiale di spoglio proveniente da altre parti dirute.
Il mastio era preceduto da tre ampi fossati: sono visibili il secondo e il terzo; il primo è interrato ed era all’altezza dell’attuale ingresso biglietteria.

Parco Archeologico della Neapolis

Cenni storici sulla Neapolis

Il Parco Archeologico della Neapolis, situato nella parte nord-occidentale della città moderna, ed esteso circa 240.000 mq., è uno straordinario palinsesto della storia dell’antica Siracusa. Esso, frutto di una lunga e difficile opera di salvaguardia negli anni Cinquanta, racchiude non soltanto la parte più monumentale della città, ma anche una densa serie di testimonianze di varie epoche, dall’età protostorica a quella tardoantica e bizantina: un museo a cielo aperto Esso si estende su una larga fascia delle pendici meridionali dell’altopiano dell’Epipoli; il punto focale è un’altura che prende il nome di Temenite, dal greco temenos (santuario), perché qui sorgeva, in età arcaica, un santuario extraurbano dedicato ad Apollo; ma fin dalla media età del Bronzo l’area era stata sede di insediamento umano, come testimoniano i resti di una probabile capanna sulla sommità del Temenite e soprattutto una serie di piccole tombe a grotticella artificiale che si aprono qua e là sulle pendici del colle, una delle quali ha restituito un corredo con materiali micenei. In età arcaica, quest’area era esterna rispetto alle mura che proteggevano il nucleo più antico di quella parte della città che si estendeva sulla terraferma, Achradina, ma la posizione di dominio visivo della fascia costiera prospiciente l’ampia falcata del porto e la presenza del santuario arcaico, la cui esistenza sembra risalire già alla fine del VII sec. a.C., ne fanno uno dei fulcri del territorio immediatamente circostante la città. Già agli inizi del V sec. a.C. è documentata l’esistenza del primo teatro.

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Sotto il regno di Jerone II, l’area subì un radicale intervento di monumentalizzazione, con il rifacimento del teatro, la costruzione dei portici della terrazza superiore e soprattutto la realizzazione della grandiosa Ara di Jerone. In età augustea, quando la città, a sera di Jerone II furono costruiti l’anfiteatro, e, a sud di esso, un arco onorario di cui restano parte dei piloni. Nel settore nord-orientale del Parco, sono inglobate alcune delle più scenografiche latomie (cave di pietra) della città antica (Paradiso, Intagliatella e S. Venera) che rappresentano una delle caratteristiche più originali ed emozionanti di Siracusa antica, e, infine, un ampio e suggestivo lembo di necropoli (la necropoli dei Grotticelli) fitta di sepolcri di varia tipologia, che si scaglionano fra l’età arcaica e quella tardo-romana, fra cui alcuni colombari di età romana.

Teatro Greco di Siracusa

Teatro Greco di Siracusa

Teatro Greco

Quanto straordinario fosse considerato il teatro di Siracusa anche nell’antichità, è dimostrato dal fatto che è uno dei pochissimi teatri greci di cui le fonti storiche ricordino il nome dell’architetto: Damocopo, detto Myrilla. La sua esistenza è già accertata nel V sec. a.C.; Eschilo vi rappresentò per la prima volta le Etnee, scritte in onore del tiranno Jerone I dopo la fondazione della città di Etna nel 476 a.C., e poi ancora , sempre per la prima volta, “I Persiani”. Ma l’aspetto attuale, che lo classifica fra i più grandi teatri del mondo greco, si deve al radicale rifacimento voluto da Jerone II nel III sec. a.C . Nei secoli, tutte le parti costruite furono distrutte per ricavarne materiale da costruzione per le fortificazioni spagnole e, più tardi, per l’impianto di alcuni mulini ad acqua che nel XVI secolo furono istallati all’interno dell’orchestra, sulla cavea e nelle adiacenze. I mulini utilizzavano l’acqua dell’acquedotto Galermi, che scendeva dall’Epipoli in corrispondenza della parte alta del teatro. Progressivamente demoliti nel corso delle lunghe operazioni di recupero e restauro del teatro, tra la fine del l’Ottocento e i primi decenni del Novecento, ultima testimonianza della loro esistenza è la cd. “casa dei mugnai”, piccolo edificio a torre che sovrasta la parte orientale della cavea. Ciò che rimane della grandiosa mole del teatro antico è il nudo scheletro dell’edificio scavato nella roccia, che utilizza un pendio naturale sulle pendici meridionali dell’Epipoli: la parte media e inferiore della cavea (la parte superiore era in blocchi), l’orchestra e la parte basamentale dell’edificio scenico. Lo stato di conservazione impedisce una puntuale ricostruzione delle varie fasi dell’edificio, che subì attraverso i secoli numerose modificazioni. La cavea (spazio destinato agli spettatori) misura m. 138,60 m. di diametro. Divisa in due settori, in senso orizzontale, da un ampio corridoio semicircolare (diazoma) a metà altezza, comprendeva in origine 67 ordini di gradini; otto scalette, delineando in senso verticale nove cunei, permettevano l’accesso ai vari ordini di gradini. Sulla parete che delimita a nord il diazoma sono incise, in corrispondenza di ciascuno dei cunei, delle iscrizioni che riportano il nome di divinità e personaggi della famiglia del basileus. Al centro, il nome di Zeus Olimpio; ad est, quelli di Eracle e Demetra; ad ovest, i nomi di Jerone II, di sua moglie la regina Filistide, di Nereide sua nuora; su questo lato era probabilmente anche il nome del figlio Gelone II. Il terrapieno su cui era edificata la parte superiore della cavea era sostenuto da un muro (analemma). L’accesso all’orchestra avveniva originariamente dai due lati dell’edificio scenico; in un secondo tempo, furono ritagliati due passaggi (parodoi) arretrando parte dei muri frontali di contenimento. L’orchestra è lo spazio semicircolare ai piedi della cavea, in cui originariamente si trovava l’altare dedicato a Dioniso, divinità il cui culto è strettamente legato alla nascita e allo sviluppo del teatro nel mondo greco, e in cui agiva il coro, componente essenziale dell’azione drammaturgica antica. Intorno all’orchestra, correva un canale (euripo), che separava lo spazio riservato al coro da quello destinato agli spettatori . Il piano era originariamente pavimentato con lastre di marmo, oggi perdute. Dell’edificio scenico non restano altro che le numerose tracce impresse sulla roccia (fori, cavità, cunicoli, canalette), spesso difficilmente interpretabili, che testimoniano delle molteplici trasformazioni subite dalla scena attraverso i secoli, soprattutto nel passaggio fra l’età ellenistica e quella romana. Un lungo canale scavato nella roccia che attraversa l’orchestra in senso N.S. e termina in un piccolo vano quadrato è stato interpretato come “scale carontee”, un sistema di passaggi coperti che permetteva l’apparizione o la scomparsa improvvisa di personaggi sulla scena. Un altro canale in senso est-ovest era forse utilizzato per l’alloggiamento e la movimentazione del sipario. Ai due lati, due grandi piloni risparmiati nella roccia furono inclusi, in età romana, nella scena. In questo periodo, l’avanzamento del palcoscenico verso la cavea occlude gli originari accessi all’orchestra; i nuovi accessi vengono pertanto realizzati con gallerie scavate al di sotto dei due cunei terminali della cavea; sopra le gallerie, si ricavano i tribunalia, posti d’onore per autorità. In età tardo-imperiale, l’orchestra fu adattata per ospitare spettacoli di giochi d’acqua (colymbetra). Gli ultimi rifacimenti risalgono all’inizio del V secolo, quando il governatore della Sicilia Nerazio Palmato apportò nuove modifiche all’edificio scenico. La terrazza sovrastante la cavea, tagliata nelle pendici del colle detto Temenite (per la presenza di un antico santuario, temenos, dedicato ad Apollo, i cui resti sono stati individuati ad est del teatro) era originariamente coronata da un portico a L, di cui resta oggi solo parte della fondazione. Al centro del lato settentrionale, una grande grotta artificiale (il cd. Ninfeo), con una vasca rettangolare rivestita in coccio pesto costituisce lo sbocco di un grande acquedotto di età greca, il cd. Galermi. La grotta è fiancheggiata da nicchie che originariamente ospitavano statue, e che in età tardo-antica furono utilizzate come sepolcri. Resti di un fregio dorico sono ancora riconoscibili sulla parete, in corrispondenza dell’apertura della grotta. Sulla base di due iscrizioni provenienti dal portico, il complesso è stato identificato come Mouseion, luogo dedicato alle Muse, sede ufficiale della corporazione degli attori. Preesistente alla sistemazione della terrazza, era la Via dei Sepolcri: essa, che costituiva un antico accesso alla parte alta del teatro, si apre, tagliata nella roccia, nel lato occidentale della terrazza, e con andamento curvilineo raggiunge la sommità del Temenite. In età ellenistica, sulle sue pareti furono ricavati molti di quei piccoli incavi quadrangolari, di età ellenistica, che si trovano in alcune delle latomie siracusane, e che servivano come alloggiamenti di quadretti dipinti o in terracotta dedicati al culto dei defunti eroizzati. In età tardo-antica e bizantina vi furono scavati numerosi ipogei funerari. I resti di un grande rilievo raffigurante i Dioscuri e Trittolemo sul carro trainato dai serpenti sono ancora visibili su una delle pareti, verso l’estremità superiore. Anche la sistemazione monumentale della terrazza è dovuta al grandioso intervento di Jerone II, che realizzò, con l’intero complesso, una delle più scenografiche composizioni architettoniche del suo tempo, per rappresentare e celebrare la magnificenza del proprio potere regale.

orecchio di dionisio

Orecchio di Dionigi

L’orecchio di Dionigi è la più famosa delle grotte che si aprono sul fronte settentrionale della Latomia del Paradiso, realizzate dai cavatori di pietra che seguivano i filoni di calcare di migliore qualità. Alta circa 23 m. e larga fra 5 e 11 m., con pareti convergenti a formare una volta a sesto acuto leggermente smussato, la grotta si sviluppa in profondità per 65 m. Michelangelo da Caravaggio, che visitò la grotta nel 1608 nel corso del suo viaggio verso Malta, la chiamò “orecchio di Dionigi” per la sua caratteristica forma a S, vagamente simile ad un padiglione auricolare, e soprattutto per le sue notevoli proprietà acustiche, che amplificano i suoni; la leggenda narra infatti che il tiranno Dionigi usasse rinchiudere i suoi nemici all’interno della grotta per ascoltarne dall’alto, non visto, i discorsi, amplificati dall’eco. In realtà, la grotta deve la sua forma al modo in cui fu realizzata; lo scavo iniziò dall’alto, seguendo il tracciato sinuoso di un acquedotto, e si allargò man mano che scendeva in profondità, seguendo l’andamento del filone di calcare. Come nelle vicine grotte dei Cordari e del Salnitro, sono ben visibili, sulle pareti, i segni della lavorazione della roccia e del distacco dei blocchi.

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Anfiteatro Romano

La cronologia dell’anfiteatro è tuttora incerta, ma le ipotesi più accreditate lo riferiscono ad età augustea (dopo la deduzione della colonia da parte di Augusto, nel 21 a.C) o ad età giulio-claudia, soprattutto sulla base della tecnica edilizia (uso dell’opera reticolata e archi a conci allungati) e di un’iscrizione dedicatoria, ivi rinvenuta, di età augustea. Si accede oggi all’anfiteatro dall’ingresso nord, percorrendo un viale ai cui lati sono disposti dei sarcofagi in pietra, rinvenuti nelle necropoli di Siracusa e Megara Iblea; ma l’ingresso principale è a sud, e prospetta su un ampio piazzale dove sono tuttora visibili i piloni di base di un arco onorario, probabilmente dedicato ad Augusto, al di sotto del quale passava una strada lastricata proveniente da est. Davanti all’ingresso, cui si accedeva da ampie scale che lo raccordavano al dislivello del piano esterno, i resti di una grande fontana, contemporanea all’anfiteatro, contribuiscono alla monumentalizzazione dell’area. L’anfiteatro utilizza l’andamento naturale del terreno; adagiato contro il pendio, presenta la parte inferiore scavata nella roccia tranne che nel lato sud. Questo era costruito in elevato, come la parte superiore del monumento, oggi scomparsa perché demolita, nel XVI° secolo, per utilizzarne i blocchi per la costruzione delle fortificazioni spagnole di Ortigia. Le dimensioni (diametri esterni: m.140×119) sono notevoli e ne fanno il maggiore dei tre anfiteatri esistenti in Sicilia, secondo, in Italia, soltanto a quello di Verona. L’arena (m.70×32) è delimitata da un alto podio; al centro, un ampio vano quadrangolare, originariamente coperto con un impiantito ligneo, e collegato con un fossato proveniente dal lato meridionale, era destinato ai macchinari utilizzati per gli spettacoli. Dietro il podio, corre un corridoio anulare coperto a volta (crypta) su cui poggia la prima fila di gradini destinati alle autorità, i cui nomi sono scolpiti sulla pietra. Soltanto la porzione più bassa della cavea (ima cavea) è conservata, mentre della media e summa cavea rimangono soltanto le fondazioni. Due ambulacri coperti a volta e un complesso sistema di gradinate permettevano di accedere ai vari ordini di posti. Un portico colonnato coronava, in origine, l’anello superiore.

 

Parco archeologico di Segesta

Storia di Segesta

Segesta fu una delle principali città degli Elimi, un popolo di cultura e tradizione peninsulare che, secondo la tradizione antica, proveniva da Troia. La città, fortemente ellenizzata per aspetto e cultura, raggiunse un ruolo di primo piano tra i centri siciliani e nel bacino del Mediterraneo, fino al punto di poter coinvolgere nella sua secolare ostilità con Selinunte anche Atene e Cartagine. Dopo la distruzione di Selinunte nel 409 a.C. ad opera dei Cartaginesi, Segesta visse con alterne fortune il periodo successivo, fino ad essere conquistata e distrutta da Agatocle di Siracusa (nel 307 a.C.), il quale le impose il nome di Diceòpoli, città della giustizia. In seguito, ripreso il suo nome, passò nel corso della prima guerra punica (264-241 a.C.) ai Romani che, in virtù della leggendaria comune origine troiana, la esentarono da tributi, la dotarono di un vasto territorio e le permisero una nuova fase di prosperità. Tra il II e I sec. a.C. Segesta venne totalmente ripianificata sul modello delle grandi città microasiatiche, assumendo un aspetto fortemente scenografico. Recenti indagini hanno rivelato una fase tardo-antica, un esteso villaggio di età musulmana, seguito da un insediamento normanno-svevo, dominato da un castello alla sommità del Monte Barbaro.

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è famosa per i suoi due monumenti principali: il tempio dorico e il teatro. Il percorso si sviluppa lungo strade percorribili a piedi con le seguenti tappe: tempio, porta di valle, sistema fortificato di porta di valle, terrazza superiore dell’agora, chiesa del ’400, area fortificata medievale, castello, moschea, teatro, abitato rupestre, cinta muraria superiore, santuario di contrada Mango. La mappa mostra l’area del Parco archeologico: la città occupava la sommità del Monte Barbaro (due acropoli separate da una sella), naturalmente difeso da ripide pareti di roccia sui lati est e sud, mentre il versante meno protetto era munito in età classica di una cinta muraria provvista di porte monumentali, sostituita in seguito (nel corso della prima età imperiale) da una seconda linea di mura ad una quota superiore. Al di fuori delle cinte murarie, lungo le antiche vie d’accesso alla città, si trovano due importanti luoghi sacri: il tempio di tipo dorico (fine V sec. a.C.) e il santuario di contrada Mango (VI-V sec. a.C.). Fuori le mura è stata anche individuata una necropoli ellenistica. L’urbanistica di Segesta è ancora in corso di indagine: sono segnalati alcuni probabili tracciati viari, l’area dell’agora e alcune abitazioni. Sull’acropoli nord, dove si trova il teatro, sono visibili i resti più recenti di Segesta: il castello, la moschea e la chiesa fondata nel 1442 su un terreno pluristratificato.

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Il Tempio

è un periptero greco siceliota in stile dorico di 6×14 colonne, non finito. Dopo l’innalzamento del colonnato, infatti, la costruzione (iniziata intorno al 420 a.C.) venne interrotta molto probabilmente nel 409 a.C., allorché Segesta passò sotto il dominio cartaginese. La cella, di cui oggi non si conserva traccia visibile in superficie, era stata progettata e almeno in parte realizzata, come testimoniano alcuni tratti delle fondazioni individuati nel corso degli scavi archeologici. Le bozze sulle gradinate, che di solito venivano asportate soltanto nella fase di rifinitura, testimoniano lo stato di incompiutezza dell’edificio. Nelle sue proporzioni generali e nelle caratteristiche tecniche e stilistiche (capitelli, cornicioni, contrazione angolare, curvatura delle linee orizzontali) il tempio segue fedelmente i modelli dell’architettura classica delle città greche di Sicilia, specie della vicina Selinunte. Alcune forme particolari (palmette sui soffitti dei cornicioni angolari, modanature del timpano) e le proporzioni degli elementi architettonici indicano anche una buona conoscenza della contemporanea architettura attica. Del culto e dell’altare presso cui esso era praticato non si hanno notizie. Tuttavia, i modesti resti di un semplice edificio sacro, scoperti nello scavo al centro del tempio, fanno ipotizzare l’esistenza di un luogo di culto precedente.

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Il Teatro.

A partire dalla seconda metà del II sec. a.C. furono eretti sull’Acropoli nord del Monte Barbaro numerosi monumenti pubblici quali l’agorà, il bouleutèrion, il ginnasio, il teatro e, quasi certamente, un tempio. Attraverso una larga strada lastricata si accedeva al teatro, costruito in calcare locale. Esso presenta le forme tipiche dell’architettura greca, anche se, a differenza di queste, la cavea, con i sedili per gli spettatori, venne interamente costruita e sostenuta da un potente muro di contenimento (anàlemma). La cavea, che poteva ospitare circa 4000 persone, è suddivisa orizzontalmente da un largo corridoio (diàzoma) delimitato da sedili dotati di schienale e, verticalmente, da sei scalette che formano sette cunei (kerkìdes) di dimensioni variabili. Recenti ricerche hanno documentato l’esistenza fra i due ingressi di un settore di summa cavea, parzialmente rioccupato da una necropoli musulmana e, successivamente, da case medievali. Un pozzo e un serbatoio d’acqua, risparmiati nella parte occidentale del muro di anàlemma, dovevano certamente servire a soddisfare le necessità del pubblico e degli attori. All’orchestra si accedeva dagli ingressi laterali (pàrodoi). Pochi filari di blocchi permettono di ricostruire la pianta della scena (skené), un edificio di due piani negli stili dorico e ionico con due corpi laterali avanzati (paraskénia) ornati da satiri scolpiti in altorilievo. Nella prima età imperiale romana il Teatro subì delle trasformazioni: lo spazio dell’orchestra fu ampliato eliminando una fila di sedili e fu ingrandita la fronte scenica. In età medievale (secoli XII e XIII) le aree del teatro e della strada furono rioccupate da un vasto settore dell’abitato, come documenta, in particolare, la grande casa a due piani visibile nella media cavea occidentale.

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